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strage di bambini in Pakistan

Maria Immacolata Macioti

 

È il 28 dicembre, a Roma. Nel pomeriggio, davanti al Pantheon, un gruppo di uomini e donne di origine pakistana ricorda la strage di bambini –più di 140- di Peshawar morti per mano di terroristi in un assalto alla scuola militare. Innalzano cartelli nel freddo pungente della sera che si avvicina. Sono cartelli in più lingue in cui si condannano con fermezza gli attacchi dei talibani nel Pakistan, un tempo paese democratico e libero, concepito per dare una patria ai musulmani dell’India. Oggi, un paese spaventato dalla violenza, distrutto dall’angoscia per quanto occorso ai bambini in quel 16 dicembre accostato da molti pakistani al tristemente celebre 11 settembre

Dicono, scrivono in un comunicato stampa che vogliono far comprendere che i terroristi non possono sconfiggere il loro percorso di democrazia, la pace interna del paese. Si alternano al microfono, il vento gelido non aiuta. Difficile sentirli già pochi metri più in là. Da dove arrivano questi talibani? Si interroga una donna. Come possono uccidere bambini, la speranza del paese, di un possibile futuro? Bandiere sventolano e passano di mano in mano, allorché qualcuno dei portatori si assume altre incombenze: andare incontro a un nuovo arrivato, aggiornarlo, accendere una candela. Perché a un certo punto le persone in cerchio hanno tutte in mano una candela la cui tremula luce sfida il vento. Altre  vengono collocate davanti a un pannello con volti di alcune vittime

Piazza del Pantheon è piena di romani, di turisti. Fa freddo, almeno per Roma, ma il cielo è terso, dopo alcune giornate grigie e uggiose, piene di pioggia. C’è molta polizia, e qualcuno si interroga sul perché di queste presenze. Che appaiono, in effetti, incongrue e superflue, visto che i pakistani che parlano lo fanno con la voce strozzata, commossi. Parlano di pace. Dicono che non vogliono talebani e morti nel loro paese. Mamme assistono con bimbi nel passeggino, giovani si informano sul significato della manifestazione, commentano

Una donna parla con foga della gioia del Natale, a Roma. Quando potrà ancora rallegrarsi per qualche festa comune, il Pakistan

Tra gli organizzatori, Ahmad Ejaz, giornalista, che incoraggia la gente a prendere la parola, a tirare fuori il proprio dolore, la propria incredulità. Lui, noto protagonista della vita romana, che da anni si occupa dei percorsi dei pakistani in Italia, che è ben noto per il suo lavoro nel 2° municipio, stavolta sembra smarrito. Ma non tanto da non rilanciare il grido che auspica la pace nel mondo, la scomparsa dei talebani. Per un futuro migliore. Migliore per il Pakistan. Migliore per tutti

Riuscirà l’Italia, paese oggi così in difficoltà, così poco promettente per i suoi giovani, così poco credibile nella politica internazionale e dilaniato all’interno, riuscirà, mi chiedo, a capire davvero cosa accade oggi in Pakistan, cosa accade in altre parti del mondo

                                                                                                

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