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Evitare un “Charlie Hebdo” in Italia

 

Di Daud Khan

    In queste settimane, sono state scritte e dette molte cose sui “fatti di Parigi”, e sul fenomeno di radicalizzazione crescente di ragazzi europei di origine nord-africani, medio-orientali o pakistane.  Come un pakistano che vive in Italia da molto tempo, vorrei offrire il mio punto di vista sull’argomento. Prima di tutto vorrei sottolineare che il terrore, gli attacchi suicidi e le decapitazioni di cui abbiamo sentito parlare, non hanno niente a che fare con l’Islam. Tutti gli studiosi, esperti e i leader teologici seri hanno già sottolineato più volte la stessa cosa

    I fondamenti dell’Islam, come d’altronde di altre grandi religioni, sono pace, sottomissione, filantropia, e un codice comportamentale in generale basato sull’attenzione verso il prossimo.  Il rituale islamico si basa su cinque precetti- credere in Allah come l’unico dio e Maometto come l’ultimo profeta, la preghiera, il digiuno durante il mese di Ramadan, il pellegrinaggio alla Mecca, e la carità (2.5% del capitale personale annuale deve essere devoluta ai poveri).  Né nel Corano, né nella vita o dette del Maometto, c’è incitamento per il tipo di atti barbarici che abbiamo visto.  Perciò definire le persone responsabili con termini “Terroristi Islamici” o “Fondamentalisti” é completamente sbagliato

 

    A convalida di quanto appena detto, bisogna anche ribadire che recenti indagini fatte sui perpetratori degli attacchi al giornale Charlie Hebdo confermano la loro scarsa familiarità con l’Islam e una lungo storia di disadattamento sociale, violenza e scontri con le autorità.  Sono autoeletti i difensori di Maometto. Ma Maometto non e un piccolo boss mafioso di quartiere che bisogno di questi scagnozzi per difendersi.  E ancora, a quanto pare i ragazzi inglesi che hanno scelto di unirsi alla jihad in Siria, la settimana prima della loro partenza, hanno acquistato libri del genere bignami –che in poche pagine pretendono di riassumere i dettami e i precetti religiosi ed insegnare l’essenza.  In paesi come Afghanistan, Iraq, Pakistan e Siria, i Mujahedeen sono ben noti per la loro mancanza di formazione religiosa o teologica, e per loro scarsa attenzione alle pratiche religiose

 

   Associare i recenti atti terroristici all’Islam ha il solo scopo di strumentalizzare i fatti portando la gente a credere che l’appartenenza ad una religione sia motivo per compiere atti criminali, quando invece non è la religione la causa di tanto orrore. Ci sono 1,6 miliardi di mussulmani nel mondo e per loro l’Islam e fonte di guida morale e comportamento sociale, di conforto nel tempi di dolore, e identità. Di certo non un motivo per assassinio e subbuglio

 

    Ma se gli attacchi di Boston, di Londra, di Madrid e di Parigi non sono motivati da un fervore e consapevole religiosa da parte dei protagonisti, quali sono i fattori che portano questi ragazzi nati e cresciuti negli agiati meandri dell’Europea occidentale a contemplare o compiere questi atti?  Dobbiamo parlarne e dobbiamo capire quali sono i fattori scatenanti e cosa bisogna fare per prevenirli.  Secondo me ci sono tre fattori principali: un forte disagio sociale tra immigrati di colore di seconda o terza generazione; una narrativa religiosa/politica semplice, ma trainante, che fa leva su questi ragazzi; e una rete organizzativa che fornisce supporto, aiuto logistico e addestramento.    Riguardo la condizione sociale, alcuni milioni di ragazzi si trovano in una sorta di limbo psicologico ed economico. I loro genitori o nonni, venuti in Europa per fare lavori manuali nelle fabbriche, campi, addetti alle pulizie nelle case o negli uffici, e scaricatori di merci nei mercati, provenivano da un substrato culturale piuttosto umile e con un basso livello di istruzione. All’interno di queste famiglie, non c’erano basi culturali o intellettuali sufficienti da fornire delle linee guida ai propri figli; allo stesso tempo mancava una sana curiosità verso la comunità locale che li portava a chiudersi sempre più in se stessi fino a formare dei veri e propri ghetti. Spesso i figli vivevano un rapporto conflittuale con i propri genitori particolarmente riguardo il comportamento sociale impostogli dagli stessi, incluso il modo di vestire, uscire o interagire con l’altro sesso.  Ad aggravare la situazione, il poco interesse per un percorso formativo che appariva troppo lungo e che conseguentemente faceva sì che questi giovani ricevessero generalmente un’istruzione piuttosto limitata che a sua volta determinava una gamma di opzioni lavorative molto modesta.   Il disagio familiare e economico era spesso esasperato da un rapporto conflittuale con le principali figure istituzionali come la polizia, i servizi sociali, e le amministrazione locale. Subentra perciò una sorta di crisi di identità che, senza supporto, può sfociare in rabbia, delusione e negatività

 

   Continuando sull’analisi sociale di queste categorie di giovani, molto spesso non hanno quasi nessun rapporto con il paese di origine. In molti casi, per esempio i ragazzi pakistani naturalizzati inglesi, comunicano in un misto di inglese di periferia e di dialetto della città o zona di origine che probabilmente hanno ascoltato in casa fin dalla loro infanzia. Persone come me, stentano a comprenderli, sia quando parlano in inglese, sia quando parlano in urdu, la nostra madre lingua

 

     E’ anche importante sottolineare che a differenza dei loro genitori non nutrono nessun tipo di apprezzamento verso la migliore qualità di vita che godono in Europa a confronto con quella presente nel loro paese di origine.  Non sono assolutamente a conoscenza dei disagi che hanno determinato le scelte dei loro genitori, conseguentemente non ne possono apprezzare i vantaggi

 

        Perciò, disoccupati, disagiati, disadattati, sono come polvere da sparo, pronta ad esplodere con qualsiasi miccia

 

  Ma ci sono tante comunità di immigrati in Europa, negli Stati Uniti e in tanti altri stati nel mondo che vivono lo stesso tipo di difficoltà e disagio.  Una piccola minoranza sicuramente si indirizza verso atti criminosi. Ma il passo da un disagio sociale ad atti terroristici, anche ad attacchi suicida, chiede ben altre motivazioni

 

   Ed ecco, il secondo fattore di cui vorrei parlare é il cosiddetto bombardamento mediatico, soprattutto via internet, rispetto all’oppressione dei musulmani a livello globale.  Oggi esistono tanti siti che parlano di paesi come Afghanistan, Iraq, Palestina e Syria. Video di vario genere presentano l’orrore di guerre in questi paesi e descrivono il mondo occidentale come forza dominatrice e aggressiva nei confronti delle popolazioni presenti in questi paesi con il fine di trarre il più possibile vantaggi economici per i loro paesi, dimostrandosi incuranti delle conseguenze disastrose dei loro vari interventi. Sono alleati con regimi corrotti e oppressivi se condiscendenti con i loro scopi, e sono disposti ad una violenza indiscriminata verso la popolazione civile. Come tutte le campagne di propaganda hanno una porzione di verità ma sono molto selettive nella scelta dei fatti presentati che spesso guarniscono con molte esagerazioni

 

 Un altro canale dove vengono radicalizzati e il prigione.  In Italia una importante proporzione della popolazione delle prigioni sono immigrati di seconda e terza generazione molto di loro di famiglie musulmani – chiamarli musulmani, come detto prima, sarebbe sbagliato, visto la loro scarsa familiarità con le insegnamenti e pratiche di Islam.  Tra questi ragazzi possono operare elementi che trasformano la loro rabbia verso la società in una missione molto più focalizzato e mirato.  Sembra che la trasformazione da piccoli criminali a jihadisti di due delle perpetratori del terrore di Parigi – Amedy Coulibaly e Chérif Kouachi – e avvenuto in prigione      

 

Ma anche la stampa italiana non aiuta.  Spesso nella ricerca di immagini e notizie sensazionali, in televisione vengono trasmesse tante immagini di atti orrendi come i preparativi per le decapitazioni o le sparatoria di Parigi tra cui l’uccisione del poliziotto francese.  Spesso sembra che stanno anche cercando di fomentare conflitti e incomprensioni.  Un piccolo esempio: durante una manifestazione contro l’attacco a Charlie Hebdo da parte di una comunità musulmana nel nord Italia, il giornalista, invece di parlare con gli organizzatori, ha intervistato un ragazzo giovane, che a malapena parlava l’italiano.  Lui diceva frasi che potevano essere ambigue verso i fatti terroristici, come “non è giusto pubblicare immagini blasfeme, ed è comprensibile la reazione da parte dei ragazzi musulmani”.  Il giornalista ha focalizzato il servizio su queste frasi per illustrare che la comunità musulmana “non ha preso distanza da questi atti terroristici”.   Ma se la comunità stava invece organizzando una manifestazione di solidarietà proprio per dimostrare il loro dissenso contro gli atti terroristici, perché intervistare qualcuno che forse non comprende neanche la domanda, e forse non è neanche capace di esprimere le sue idee in italiano

 

 Ovviamente, c’è poco o niente nella televisione, nella stampa popolare sui paesi musulmani come Malesia o Indonesia, che stanno vivendo un periodo storico di forte sviluppo; della letteratura, dello sport, della moda, della musica o del turismo nei paesi musulmani; né delle ricche tradizioni di scienza e di tecnologia provenienti dal mondo islamico

 

  Questo tipo di informazione distorta da parte delle fonti internazionali e nazionali, rinforza una percezione di forte ingiustizia a livello globale e la percezione che c’è una guerra tra religioni e culture.  Insieme all’ingiustizia quotidiana di cui in alcuni casi questi ragazzi sono vittime, genera un sentimento di odio; una voglia di “fare qualcosa”, ma anche una voglia di ‘far parte” di qualcosa. Voglio sottolineare di nuovo che parliamo di una piccolissima minoranza.  Qualche centinaio in una popolazione europea di musulmani di alcun milioni.  Ma questi piccoli gruppi, altamente motivati sono capaci di creare tanto odio e incomprensione

 

   E qui entra in gioco il terzo fattore.  Esistono reti internazionali che sono disposte ad aiutare questi ragazzi, dando loro i mezzi per perpetrare i terribili atti di cui siamo testimoni in questi anni.  Ci sono campi di addestramento in molti paesi dove questi ragazzi completano il loro percorso di radicalizzazione.  Ed eccoli, bombe a tempo, pronti ad esplodere

 

  Ovviamente, per contenere questi attacchi terroristici, c’è un lavoro indefesso da parte della polizia e dei servizi segreti nazionali e transnazionali. Ma anche le istituzioni, la società civile, e soprattutto le persone comuni hanno un forte ruolo da svolgere. Alcune cose che seconde me vanno fatte potrebbero essere

 

 Favorire un maggiore coinvolgimento delle categorie di giovani che abbiamo descritto nella vita sociale delle proprie comunità attraverso iniziative come volontariato o protezione civile

 

      Aprire le istituzioni a questi gruppi– sarebbe importante che politici, poliziotti, amministratori locali interagiscano con la comunità islamica

 

    Isolare i leader e “imam”  che predicano violenza dal luoghi di aggregazione come moschea, ma anche nelle prigioni 

 

     Sostenere un’apertura culturale attraverso l’organizzazione di eventi che diano a queste comunità la possibilità di far conoscere la loro musica, l’arte, la letteratura e la poesia

 

 Come sappiamo, lo sviluppo passa anche attraverso lo scambio interculturale: una comunità multi culturale e globalizzata è indubbiamente fonte di crescita, lavoro e risorse.  Oggi le città più dinamiche sono Dubai, New York, Londra, Shanghai e Hong Kong.  Città con dozzine di razze che parlano cento lingue diverse.  Dobbiamo fare di tutto per evitare che questo dinamico cocktail di persone, culture e idee venga distrutto da pochi elementi stupidi e violenti

 

  L’integrazione, da che mondo è mondo, non è mai stato un percorso semplice né per il paese che accoglie gli stranieri né per gli stessi stranieri, ma è fondamentale la crescita culturale di ere culturalmente senza limitarci alle apparenze e dando la possibilità ad ogni individuo onesto e volenteroso di far parte di una determinata comunità con gli stessi nostri diritti. Bisognerebbe progredire, non regredire

 

 

 

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آخری تازہ کاری بوقت جمعہ, 27 فروری 2015 17:35