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Matrimoni combinati forzati in Italia.

I matrimoni combinati forzati (senza il consenso di uno dei presunti coniugi) in Italia non sono una notizia ma una realtà. Con l’aumento delle famiglie immigrate dal subcontinente indiano e da alcuni paesi arabi maggiora il dato relativo ai matrimoni forzati. I numeri veri non si conoscono e forvianti sono i dati riportati da alcuni media. Ma ciò non esclude che il fenomeno esista e sia in espansione. Per comprendere meglio il fenomeno ci si può avvalere dell’esperienza britannica dove ogni anno centinaia di ragazze indo-pakistane, costrette al matrimonio, chiedono l’intervento della Comunity Liaison United presso il  Ministero degli Esteri Britannico.

La cultura del subcontinente è  fortemente tradizionale. E trova la sua principale struttura nell’identità del gruppo, sia essa familista, clanica o di casta. Il matrimonio combinato trova il suo humus proprio all’interno del concetto identitario del gruppo. Gli sposi sono sempre della stessa casta o della stessa famiglia, in Pakistan per esempio, la scelta quando è possibile cade sempre sui cugini di primo grado. La segregazione delle adolescenti e delle giovani donne nel subcontinente è indispensabile alla formazione morale della futura sposa che dovrà essere illibata e obbediente. Il maschio invece sarà il guardiano dell’onore della famiglia.

Il matrimonio combinato è ben tollerato nelle diverse culture del subcontinente e parte integrante delle cultura millenaria indiana. Le religioni non svolgono un ruolo centrale in questo tipo di rito che è prassi consolidata. I matrimoni combinati hanno più a che fare con l’economia che con l’alterità. L’Islam, così, come la religione Sikh o l’Hinduismo contrassegnano solo il credo della coppia di sposi combinati influendo semmai sull’educazione dei figli.

Il corto circuito del matrimonio combinato avviene in terra straniera. Quando, una volta emigrati, si cerca in tutti i modi di ricreare sul suolo ospitante le proprie radici che, per ovvi motivi non potranno più essere le stesse. Situazione molto spessa aggravata da una cultura rurale di provenienza dei migranti. Certo è che con la formazione delle seconde generazioni il matrimonio combinato in contesto italiano si è trasformato in matrimonio combinato forzato. In questo caso la sposa non ha nessuna possibilità di rifiutare le nozze, a volte tenute anche segrete. In genere le nozze sono celebrate nei paesi di origine. E’ accaduto che, in alcune città italiane, i dirigenti scolastici di vari plessi avvisassero le autorità competenti che, alunne di origine indo-pakistana si assentassero per periodi lunghi e ingiustificati. In altri casi è capitato che ragazze in età scolare non siano mandate a scuola per evitare la “promiscuità” delle classi miste. Alcuni genitori preferiscono per un rientro della bambina (di solito nata in Italia) nei paesi di origine dove sarà cresciuta e preparata per riproporre sempre lo stesso schema della donna obbediente. Una volta sposate tornano in Italia e dopo il diciottesimo anno cominciano a  chiedere il ricongiungimento del marito.

Sicuramente concedere la cittadinanza ai figli degli immigrati nati in Italia risolverebbe di molto il problema dei matrimoni forzati. In molti casi ragazze costrette al matrimonio nei paesi d’origine dei genitori potrebbero chiedere l’aiuto dell’ambasciata italiana presente sul territorio. Considerando che le giovani ragazze che potrebbero essere costrette al matrimonio sono in età scolare è nella scuola che, bisognerebbe aumentare l’attenzione e monitorare su eventuali casi sospetti. Si potrebbe creare uno sportello, gestito da psicologi o da personale formato, rivolto all’ascolto del disagio giovanile tout court. Come anche creare l’occasione d’incontri tra famiglia immigrata e personale qualificato in grado di contenere lo smarrimento di molti nuclei familiari, in bilico tra passato e presente.   Ejaz Ahmad

Alcune relatrici di una conferenza su i matrimoni forzati.

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آخری تازہ کاری بوقت اتوار, 03 جون 2012 19:57

INTEGRAZIONE, LIBERTA' RELIGIOSA E RUOLO DELLE DONNE: ECCO GLI OBIETTIVI DELLA SECONDA EDIZIONE DELLA SETTIMANA DELLA CULTURA ISLAMICA A ROMA

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di Rema Naeem

 

Rafforzare l’integrazione, promuovere la libertà religiosa e rafforzare la condizione delle donne, nel rispetto tra le diverse culture e comunità. Questi, ha spiegato il sindaco Gianni Alemanno a Radio Vaticana, alcuni degli obiettivi della seconda edizione della settimana della cultura islamica a Roma, che si è aperta lunedì con un incontro in Campidoglio tra il primo cittadino, l’ambasciatore dell’Arabia Saudita in Italia e presidente del Centro islamico Saleh Moh’d Gh e il direttore della Grande Moschea di Roma Abdellah Redouane. Un incontro nel quale è stato chiesto ad Alemanno un ruolo nella promozione di un memorandum con il governo per la compartecipazione della comunità islamica all’otto per mille. Il sindaco ha aggiunto che “È un confronto che si appoggia su una relazione molto forte e positiva creata nel tempo con il centro islamico di Roma. Un centro gestito dalle ambasciate dei paesi islamici, quindi affidabile, con il quale abbiamo fatto una campagna comune contro ogni forma di integralismo e insicurezza e per il rispetto delle leggi. Abbiamo ribadito che lavoriamo per una politica di integrazione rispettosa delle diverse identità: l’identità di Roma cristiana e l’identità della comunità islamica è rappresentata  in maniera positiva da questo centro”. Tra le iniziative in programma, ha aggiunto il sindaco: “Faremo conoscere le tante forme artistiche della cultura islamica, esporremo lavori di artisti depositati da secoli nei Musei capitolini, segno che i contatti tra le due culture non nascono certo oggi. Si confronteranno culture e calori religiosi - ha aggiunto Alemanno - lavorando sulle basi delle tre religioni monoteiste. Un confronto nel quale il Campidoglio pone come base il rispetto della libertà religiosa, chiedendo alla comunità islamica una riflessione sulla condizione femminile e un ragionamento sulle potenzialità che possono nascere affermando il ruolo paritario delle donne nelle comunità immigrate.  Alemanno ha concluso dicendo che questa iniziativa rappresenta "un percorso di crescita per una città internazionale come Roma”.

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Aiutiamo il Pakistan

di Ejaz Ahmad     

 

Il Pakistan, la mia terra, devastato da sempre da guerre civili, terrorismo e intrighi internazionali. E quando non sono le bombe a creare morte, ecco, puntuali le calamità naturali: piogge torrenziali, terremoti e siccità scavano il Paese e dopo di loro solo morte e rassegnazione. Una rassegnazione dettata dalla consapevolezza che niente cambierà che niente sarà ricostruito.

Il Pakistan è un paese di 180 milioni di abitanti con un tasso di crescita preoccupante. Il 97 % dei pakistani sono musulmani, di cui l’ 80 % sono sunniti e il 20 % sono sciti, l’altro 3 % si divide tra cristiani, hindu, parsi e sikh. L’Indice di Sviluppo Umano più recente, elaborato dalle Nazioni Unite nel 2006, colloca il Paese nelle posizioni più basse, al 139° posto di una graduatoria formata da 179 Paesi.

Quotidianamente su tutto il territorio manca per parecchie ore l’energia elettrica.  Nel Paese scarseggiano gas e petrolio, le fabbriche si fermano e ormai anche i frigoriferi sono diventati puro oggetto d’arredo dentro ci si può trovare pentole e bicchieri. Difficile conservare i cibi lo era già nei paesini ma ormai anche le grandi e medie città si adeguano a questa mancanza totale di quelle cose che dovrebbero migliorare la vita di ognuno. Certo chi può si organizza con piccoli ma costosi generatori per uso domestico ma questi vanno a benzina e così il problema si ripropone e come un cane che si morde la coda si rincorre in una spirale senza fine.

Fin dalla sua fondazione nel 1947, la Repubblica Islamica del Pakistan ha faticato a conciliare democrazia, sviluppo e unità nazionale. I governi che si sono succeduti, molti dei quali, affermatesi con colpo di stato hanno sempre avuto giunte militari che stabilivano politica interna ed estera, sempre concentrate sui confini fisici e mentali della rivale India facendo lievitare i budget per le spese militari tanto da far impallidire un ricco paese europeo. I soldi servivano per la difesa. Niente per la scuola o la sanità. E’ così che enormi sacche d’ingiustizia sociale hanno prestato il fianco a tutti quei gruppi estremi e estremisti di matrice islamica, ormai, fuori controllo. E’ certo che il futuro del Paese è a rischio.

Un Paese imploso, che punisce se stesso con l’odiosa legge sulla blasfemia e che condanna fino alla pena di morte, chiunque, usi o abusi di termini ritenuti contro il Profeta o il Corano. Una legge usata anche per eliminare rivali e che ha contribuito ad affondare quella politica pluralista e multiculturale tanto voluta dai padri fondatori. E’ da questo clima d’incertezza sociale e economica che i pakistani fuggono dal Pakistan per salvarsi e migliorare la propria vita. Ma ora la crisi economica mondiale e le leggi severe di molti paesi ricchi bloccano la fuga di molti giovani. In ogni città del Pakistan intere vie sono state occupate da agenzie di viaggio molto particolari, che propongono pacchetti tutto compreso per sogni di vita in Occidente. I prezzi sono altissimi e i viaggi sono organizzati dai trafficanti di uomini. Il giro d’affari della malavita è esorbitante e i danni collaterali non vengono mai menzionati nella brochure. Connivenze con funzionari delle diverse ambasciate e agganci con il crimine organizzato sparso nel mondo completano l’opera. Per venire in Italia illegalmente i pakistani viaggiano verso i paesi più vicini come Iran Libia, Turchia, Grecia e paesi dell’Est come la Bulgaria. Mentre legalmente il sistema delle quote per il Pakistan comprende 1000 unità oltre al canale del ricongiungimento famigliare. 

In Italia, i pakistani regolari sono al 2011, 75 mila e 720. Più dell’80 % vive al nord. Sono piccoli commercianti e molti di loro lavorano nelle fabbriche e nel terzo settore. Un terzo di loro è composto da donne e i bambini sono più di 14 mila di cui la maggior parte frequenta le scuole italiane. La maggior parte di loro è venuta dalla provincia del Punjab, una delle cinque provincie del Pakistan più popolata. In Italia i pakistani hanno improvvisato 34 centri culturali che vanno usati anche come moschee. E l’identità religiosa lontano dal paese d’origine si è molto radicalizzata più di quella nazionale. Le scuole coraniche con il loro proselitismo raggiungono l’Italia per mantenere il rigore e la rigidità religiosa. Molti di questi leader religiosi sono carismatici e raccolgono molto denaro per sovvenzionare le madrassa ( le scuole coraniche) e le loro sedi in Pakistan.

Certo si parte per restare e molti pakistani in Italia hanno comprato con mutui le case e si sono fatti raggiungere dalle famiglie. E con i figli sono arrivati anche i conflitti. Per culture fortemente tradizionali diventa difficile mantenere il rigore e il rispetto genitoriale lontano dal contesto originale e molto spesso, i giovani, attraverso canali preferenziali d’integrazione, come la scuola, si distaccano rapidamente dalle regole imposte. Negl’ultimi anni, in Italia, non sono pochi i fatti di crimine che hanno come vittime i ragazzi, soprattutto ragazze, che subiscono punizioni, anche estreme, da parte di padri che cercano in ogni modo di far rispettare la tradizione. Questo, anche perché, la pressione sociale esercitata dalla comunità d’appartenenza, che si fa garante e sorvegliante è molto forte e va ad occupare quello spazio di controllo, ormai lasciato vuoto, dalla famiglia estesa che lo esercitava nel Paese d’origine.

Molto spesso, dopo alcuni anni di lavoro subordinato, i pakistani tendono a lasciare il lavoro di dipendente per intraprendere attività commerciali o di piccolo business che gli consentono di riconquistare quella rispettabilità, che secondo la loro conoscenza, conferisce il lavoro autonomo. Non è un caso, che in ogni parte del mondo dove siano presenti comunità del subcontinente indiano, il commercio sia spesso rappresentato da una loro cospicua presenza. Anche perché abitualmente il lavoro subordinato e umile viene svolto, nel loro Paese, dalle persone di casta bassa.

Come spesso accade agli immigrati, dopo anni passati fuori dal loro Paese, un nuovo sentimento patriottico si sviluppa, in loro, rafforzato di stereotipi e mancanza di analisi critica, che li allontana inconsciamente da quelli che sono state le vere ragioni della loro migrazione. E’ così che il Pakistan diventa il Paese dove si vive bene e ci si augura di tornare. Sentimento, questo, che rimarrà comunque, relegato al sogno. E come se non bastasse i miti del passato si ripresentano e i paesi che sono stati un tempo colonizzatori diventano nel loro immaginario paesi migliori e accoglienti, come, per il caso dei pakistani: la Gran Bretagna. Tanto che, la maggior parte dei pakistani in Italia manda, anche con enormi difficoltà, i figli a completare gli studi in Inghilterra. Un sottile cordone storico tra colonizzato e colonizzatore mai interrotto. Relazione resa ancora più stretta dai tanti rapporti creati tra pakistani in Inghilterra e pakistani in Italia attraverso net work televisivi che trasmettono dall’isola in lingua Urdu, import export o canali parentali.

Un rammarico ma soprattutto una mancanza di nuove opportunità è la non presa coscienza da parte del governo italiano di sfruttare le grandi competenze soprattutto in campo scientifico che una nuova classe di giovani in Pakistan sta sviluppando. L’Italia potrebbe, attraverso chiamate mirate, accogliere questi cervelli così come molti paesi occidentali stanno facendo con l’India con programmi di scambio molto interessanti.

In conclusione posso far mie le parole del grande medico e premio Nobel per la Pace, Albert Schweitzer: “la mia esperienza è pessimista ma la mia speranza è ottimista”.

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آخری تازہ کاری بوقت اتوار, 20 مئی 2012 16:37

Enigma Kashmir

 

Il conflitto nel Kashmir continua a perseguitare il suo popolo  e  indebolire il mondo. Infatti il suo territorio è un cuscinetto tra due stati, Pakistan e India, dotati di armi nucleari.

L’antica situazione è un retaggio del Raj britannico, un ordine volutamente incompleto del giorno della partizione  del subcontinente indiano nel 1947. L’ India, illegalmente, invase la valle del Kashmir, negando così la risoluzione d’ Indipendenza appena varata. Il  Pakistan e l’ India entrarono in guerra dal 1947 al ’48. Conflitto che permise al Pakistan di liberare parte del territorio  e alle Nazioni Unite, intervenuta tempestivamente, di predisporre il “cessate il fuoco”. Inseguito, le delibere ONU, 37, 39, 47 e 51, disponevano le basi per un plebiscito che avrebbe permesso ai kashmiri di decidere del proprio destino. All’inizio l’ India sembrò essere predisposta ad accettare le risoluzioni  ma in seguito le rigettò. Ciò compromise la tregua e scatenò  nel 1965 e successivamente nel 1971 due guerre India-Pakistan che però non modificarono l’assetto del Kashmir.

Nel 1989, i kashmiri decisi di riprendere nelle proprie mani il loro destino scatenarono una rivolta armata, che i militari indiani, però,  schiacciarono  con l'uso della forza bruta. Oltre 700.000 mila soldati, infatti, vennero dispiegati sul confine del Kashmir indiano, (IHK), martirizzando, negli ultimi 23 anni più di 100.000 persone. Le conseguenze, atroci: donne violentate, civili innocenti uccisi, case, negozi e frutteti incendiati  mentre, migliaia di giovani del Kashmir vennero incarcerati. Ma quel che è peggio è che l'India volutamente travisò la giusta lotta per l’autodeterminazione, bollandola come insurrezione.

Il mondo è sconvolto a causa della minaccia nucleare che incombe, ma non è intervenuto a favore dei kashmiri a causa del peso internazionale che l'India rappresenta.  Nella sua campagna elettorale, il presidente Barack Obama, aveva promesso di risolvere la questione del Kashmir. Tuttavia, dopo aver occupato l'ufficio di presidenza, la questione non ha più rappresentato una priorità tornando ad essere un problema secondario. Tanto che durante la sua visita in India nel 2010, al Presidente americano  è stata  presentata una richiesta, firmata da 4.500 leader kashmiri , che invitava l'India a risolvere la questione del Kashmir ma il loro appello cadde nel vuoto.

E’ certo che il sostegno del Pakistan al Kashimir, prende la sua forza dalla fredda logica della convenienza, Quaid-i-Azam Muhammad Ali Jinnah, infatti, aveva definito il Kashmir la "vena giugulare” del Pakistan", poiché la maggior parte dei suoi fiumi, in particolare quelli che attraversano il granaio del Punjab provengono proprio dal Kashmir. Quindi era  indispensabile che il Pakistan controllasse  la valle del contrasto. Presto, l’India, iniziò a dettare le condizioni sulle acque necessarie al Pakistan,  fino a quando, Islamabad, riuscì a firmare un trattato, “ Indo Waters”, nel 1960 con New Delhi,  sull’ acque dell’Indo, sotto l'egida della Banca mondiale. La risoluzione consentiva al Pakistan lo sfruttamento delle acque del Jhelum, Chenab e Indus, ma rinunciava ai Sutlej, Beas e Ravi in India. Una tale ripartizione, però, creò una condizione d’inferiorità e svantaggio per il Pakistan.  Infatti l'India diede il via alla costruzione di dighe e deviazioni artificiali lungo il corso naturale di questi fiumi. Il rebus Kashmir sempre più intrigato. La soluzione sembra irraggiungibile. E’ certo che il Pakistan non può permettersi di perdere il controllo dei suoi fiumi occidentali,  il trattato “'Indo Waters” dovrebbe essere rivisto con l’approvazione dell’ India. E’  così,  che una soluzione al pasticcio Kashmir presenta numerose insidie, che devono essere evitate e passi prudenti che debbono essere adottati per salvaguardare gli interessi del subcontinente. foto del Kashmir

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آخری تازہ کاری بوقت پیر, 14 مئی 2012 12:39

INTERVISTA ALL'AMBASCIATRICE DEL PAKISTAN, TEHMINA JANJUA

 

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Una breve intervista all’ambasciatrice del Pakistan, Tehmina Janjua, che domenica 6 maggio ha partecipato al suo primo Basant Festival (festa di primavera che segna l’arrivo della stagione mite) all’Ambasciata in Via della Camilluccia. L’ambasciatrice è stata nominata portavoce del ministero degli Esteri di Islamabad, il 24 febbraio 2011. 

1) Come ha trovato l’Italia e la comunità italiana? 

L’Italia è un paese molto accoglievole. Gli italiani sono come i pakistani, ovvero molto disponibili verso coloro che vengono dall’estero. Sono persone molto amichevoli ma soprattutto dal cuore aperto. 

2) Questo è stato il suo primo Basant Festival a Roma. Come Le è sembrato?    

E’ stato molto bello anche se la pioggia a rovinato tutto. Quando il tempo è peggiorato, ho visto delle persone che si stavano preparando. Ho chiesto se stavano andando via, ma loro mi hanno risposto di no. Hanno continuato dicendo che stavano bene e che si sentivano a loro agio.

Il nostro scopo è proprio questo, ovvero di trasmettere all’Italia e ai suoi abitanti la positività del nostro Paese. E sono sicura che siamo riusciti nell’intento.

3) Secondo Lei cosa doveva trasmettere il Basant? Qual’era lo scopo di questa festa? 

Il Basant è una festa che doveva dare un’immagine positiva del Pakistan. Molte persone pakistane si sono integrate perfettamente in Italia e tra la comunità italiana e questa integrazione ha permesso di conoscerne i loro costumi, il loro modo di vivere e le loro usanze. Con questa festa volevamo che anche loro sapessero qualcosa di noi. Le nostre tradizioni e i nostri costumi.

4) Le piacerebbe organizzare più iniziative che, come il Basant, promuovano l’integrazione della comunità pakistana nel contesto sociale italiano? 

Si mi piacerebbe perché è importante che la comunità italiana e quella pakistana interagiscano fra di loro. Inoltre i pakistani che vivono in Italia devono sentirsi parte di questo bellissimo Paese, mentre gli italiani devono tener contro che la comunità pakistana vuole dare il proprio contributo all’interno della società italiana. 

5) Ultima domanda. Cosa vuole dire alle nuove generazioni pakistane con la cittadinanza italiana? 

Ai giovani voglio dire che loro sono parte dell’Italia e come tale devono dare del proprio Paese un buon esempio. Devono essere leali con il prossimo e trasmettere la cultura del Pakistan.

di Rema Naeem

 

 

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آخری تازہ کاری بوقت جمعرات, 10 مئی 2012 20:25